Raya and the Last Dragon è uno dei film più ambiziosi dell’animazione Disney recente. Ambientato nel mondo immaginario di Kumandra, il film prende ispirazione dalle culture del Sud-Est asiatico per costruire un racconto epico che parla di divisione, paura e riconciliazione. Fin dalle prime scene, la pellicola si presenta come una storia di fratture: territori separati, popoli diffidenti, un passato glorioso ormai perduto. Disney sceglie di raccontare un’eroina solitaria, segnata dal tradimento, e di affidare all’animazione il compito di dare forma a un universo visivamente ricchissimo e simbolicamente denso.
Un’eroina diversa nel panorama Disney
Abbiamo già parlato di Raya and the last dragon in un articolo dedicato ai migliori film Disney+ da vedere. Oggi abbiamo deciso di vederlo più da vicino per invogliarvi a vederlo (se ancora non lo avete fatto, ovviamente).
La storia racconta di Raya, una protagonista che si discosta dal modello classico della principessa Disney. Non canta, non sogna un amore romantico e non attende salvezza dall’esterno. La forza dell’eroina risiede nella sua determinazione e nella sua capacità di affrontare il fallimento.

Raya è una guerriera, ma soprattutto una figura ferita, incapace di fidarsi dopo aver visto il suo mondo crollare. Questo rende il personaggio credibile e umano, lontano dall’idealizzazione. Il film costruisce il suo arco narrativo come un percorso emotivo, più che fisico, in cui la vera sfida non è sconfiggere un nemico, ma imparare a credere negli altri.
Il tema della fiducia come cuore del racconto
Il vero motore narrativo di Raya and the last dragon è il tema della fiducia. La storia gira infatti intorno alla paura che ha sostituito la cooperazione tra gli uomini. Ogni relazione è una potenziale minaccia. Il film insiste su questo concetto con coerenza, mostrando come il male non nasca da un antagonista assoluto, ma dall’incapacità di condividere e di rischiare.
Il dramma di Kumandra, mondo frammentato e in crisi, è collettivo, non individuale. La Disney sceglie una strada narrativa più matura del solito, affidando la risoluzione del conflitto non alla forza, ma a un atto di fede reciproca. È un messaggio semplice, ma potente, soprattutto nel contesto contemporaneo.
L’ultimo drago citato nel titolo è Sisu, l’anima più luminosa della storia. Il personaggio rompe la solennità del mito grazie ad un linguaggio ironico. Un’ironia costante che però non scade mai nella banalizzazione. Sisu è imperfetta, goffa, lontana dall’idea classica di creatura divina onnipotente. Proprio per questo diventa il simbolo di una fiducia fragile, ma necessaria. Il rapporto tra Raya e Sisu è costruito su un dialogo continuo tra scetticismo e speranza, il che rende il loro viaggio una riflessione sul bisogno umano di credere anche quando tutto sembra perduto.
Il mondo visivo ricco e coerente di Raya and the last dragon
Dal punto di vista estetico, Raya and the last dragon è forse uno dei film più curati del catalogo Disney+. L’animazione lavora sui dettagli architettonici, sui costumi e sui paesaggi per restituire un mondo vivo e stratificato. Ogni territorio di Kumandra possiede una propria identità visiva, che riflette il carattere dei suoi abitanti.
L’uso dell’acqua, elemento centrale nel film, diventa metafora di vita, memoria e trasformazione. La regia riesce a bilanciare spettacolarità e intimità, alternando scene d’azione fluide a momenti di silenzio e contemplazione.

Una pellicola che parla al presente e affronta temi importanti come la divisione, la sfiducia e la difficoltà di ricostruire un senso di comunità che oggi più che mai risuona nel nostro mondo reale, afflitto dai danni della pandemia e della digitalizzazione galoppante.
Disney realizza un’opera che resta accessibile ai più piccoli, ma che offre diversi livelli di lettura agli adulti. Non è un film perfetto, ma è un film necessario, capace di usare l’animazione per affrontare questioni profonde senza perdere leggerezza. In questo senso, Raya and the last dragon rappresenta uno dei tentativi più interessanti di Disney di rinnovare il proprio linguaggio e di raccontare l’eroismo come un atto di fiducia collettiva.
