Presentato in anteprima al Festival di Cannes 2025, The Secret Agent si è imposto immediatamente come uno dei film più discussi dell’edizione. Non tanto per lo scandalo o per l’effetto sorpresa, quanto per la sua capacità di intercettare un clima politico e culturale preciso. Il film è arrivato sulla Croisette con un’aura di rigore e ambizione che ha attirato critica e addetti ai lavori, trasformando ogni proiezione in un momento di confronto acceso. Cannes ha riconosciuto fin da subito la sua natura di opera scomoda, lontana dalle logiche dell’intrattenimento puro.
Una spy story che parla del presente
The Secret Agent utilizza il linguaggio del cinema di spionaggio per raccontare un mondo dominato dal controllo, dalla manipolazione e dalla paura. Ma lo fa evitando qualsiasi spettacolarizzazione.
Qui lo spionaggio è fatto di attese, di scelte minime, di parole non dette. Il film lavora per sottrazione, mostrando come il potere agisca spesso lontano dai riflettori, nei margini dell’informazione e nelle zone grigie della morale. È un racconto che dialoga apertamente con l’attualità, ed è anche per questo che a Cannes ha trovato un terreno così fertile.
Un cast che lavora sulla tensione emotiva
Gran parte della forza del film passa dalle interpretazioni. Il protagonista offre una prova trattenuta, costruita più sugli sguardi che sulle parole, restituendo l’immagine di un uomo consumato dal dubbio e dal peso delle proprie responsabilità.
Accanto a lui, il cast secondario contribuisce a creare un clima di costante ambiguità, dove nessun personaggio è completamente affidabile. Le relazioni tra i protagonisti sono cariche di tensione latente e rendono ogni dialogo un potenziale campo minato. A Cannes, proprio questo lavoro attoriale è stato uno degli aspetti più lodati dalla critica internazionale.

Anche la regia è stata premiata, principalmente per il suo stile sobrio, quasi invisibile. Si rifiuta ogni virtuosismo, tanto che la macchina da presa osserva, accompagna, raramente giudica. Le inquadrature statiche e la fotografia fredda contribuiscono a creare un senso di oppressione costante, come se i personaggi fossero sempre sotto osservazione. Questa scelta formale rafforza il discorso politico del film, trasformando lo spazio visivo in una metafora del controllo. È un cinema che non cerca di piacere, ma di essere coerente.
La risonanza al Festival di Cannes
Durante il festival, The Secret Agent ha generato un passaparola crescente. Le reazioni non sono state unanimi, ma proprio questa divisione ha contribuito alla sua centralità nel dibattito critico. Molti hanno parlato di un ritorno al cinema politico europeo più rigoroso, altri di un film che richiede uno spettatore attivo, disposto a mettersi in discussione.
In ogni caso, è stato uno dei titoli più citati nelle conversazioni informali tra giornalisti e addetti ai lavori, segno di un’opera capace di lasciare il segno oltre la singola proiezione.

Al di là dei premi e delle classifiche di fine festival, la pellicola sembra destinata a una vita lunga. Non è un film che si esaurisce con la prima visione, ma un’opera che continua a risuonare, soprattutto per chi è sensibile ai temi del potere, della sorveglianza e della responsabilità individuale.
Cannes 2025 lo ha consacrato come uno dei titoli più rilevanti dell’anno, confermando ancora una volta il ruolo del festival come spazio privilegiato per un cinema che non ha paura di interrogare il presente.
