Una location d’eccezione per il nuovo horror di Damian McCarthy. Hokum, infatti, si svolge in Irlanda, e rielabora un topos già molto usato nel cinema di genere; quello dell’hotel maledetto. Un concetto sdoganato dai tempi di Psycho, ma che se utilizzato sapientemente può ancora riservare qualche sorpresa.
Uscito il 1 Maggio negli Stati Uniti, e solo il 5 Agosto in Italia, il film ha riscontrato un buon successo di pubblico e di critica. E di fatto potrebbe essere uno degli horror più interessanti di questo periodo. Ma di che cosa parla Hokum, e in che modo McCarthy ha giocato le sue carte nel presentare su cellulosa l’ennesimo hotel infestato da presenze malefiche? Scopriamolo insieme.
Hokum, Adam Scott incontra l’orrore in un hotel irlandese
Protagonista e mattatore della pellicola è Adam Scott, che aveva già dato un’ottima prova delle sue abilità nel quarto capitolo della saga di Hellraiser e in The Monkey. Uno che nell’horror sa il fatto suo, si potrebbe dire. E infatti la sua performance ha guadagnato lodi unanimi.
Nel film, Scott interpreta uno scrittore horror di nome Bauman. Ispirato, fin troppo chiaramente, a Stephen King, il protagonista si reca in Irlanda con un obiettivo; dare l’addio alle ceneri dei genitori nell’hotel della loro luna di miele. Nulla di troppo complicato, ma come ben sanno gli aficionados di horror, il diavolo si annida nei dettagli. Ed è così che l’Irlanda rivela a Bauman un volto ben diverso da quello sorridente e amichevole delle cartoline.

L’hotel, Bilberry Woods, infatti è tutt’altro che accogliente, e Bauman stesso fatica a integrarsi. E poi ci sono le leggende irlandesi; parlano di una strega, chiamata Cailleach, che rapisce i bambini e li trascina nell’aldilà, vittime delle anime dei morti. Bauman, che è un uomo di mondo, non crede a quelle stupide superstizioni; l’unica abitante dell’hotel con cui riesce a legare è la barista, Fiona. Ma quando la donna scompare misteriosamente, spetterà proprio a Bauman mettersi sulle sue tracce. Che potrebbero portarlo su una strada ricca di pericoli e minacce…
Tra soprannaturale e follia umana; quando l’horror non è scontato
Il film si dimostra particolarmente interessante e cerca perlopiù di evitare i cliché. Anche gli stereotipi dell’hotel spaventoso, o delle leggende su una creatura dell’oltretomba, sono trattati in modo non scontato. Sarebbe stato facile limitarsi all’ennesimo compitino, in un genere che è spesso in carenza di ossigeno per la mancanza di originalità. Invece Damian McCarthy ha deciso di creare qualcosa che non annoiasse lo spettatore proponendogli soluzioni scontate e già viste.
Anche il jumpscare, anziché trascinare una storia che non decolla e arginare gli sbadigli dello spettatore, qui è usato con criterio. La critica è stata unanime nel ritenere Hokum un prodotto cinematografico di buon livello. E anche i risultati al botteghino hanno premiato la pellicola di McCarthy; costato cinque milioni di dollari, il film ne ha guadagnati ben 24,5.

Nel cast, oltre ad Adam Scott, troviamo anche Peter Coonan, David Wilmel e Florence Ordesh. Il piatto forte, però, sono le ambientazioni e il folklore irlandese. Anche la leggenda della strega Cailleach non è semplicemente un macguffin, ma trova una collocazione precisa nell’economia dei film. E i paesaggi ribaltano il concetto tipico dell’horror in cui tutta la storia deve avvenire al buio. Preferibilmente di notte, consentendo così di evitare allo spettatore incontri ravvicinati con CGI troppo pezzotta e poco convincente. Qui, quando l’oscurità c’è, è funzionale alla storia e mostra, anziché nascondere.
In Hokum sono i paesaggi irlandesi, maestosi e affascinanti, a fare da sfondo alle peripezie del protagonista. In netto contrasto con l’orrore che minaccia di scatenarsi; ecco che nella seconda parte del film la pellicola assume toni claustrofobici. L’ansia del protagonista diventa quella dello spettatore, catapultato dalla luce delle certezze all’oscurità angosciosa del mistero.
