È possibile raccontare la fine del mondo senza essere davvero interessati all’apocalisse? A 89 anni, Ridley Scott sembra rispondere di sì con The Dog Stars, adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Peter Heller. Un film post-apocalittico che, più che interrogarsi sulla catastrofe, sulle sue cause o sulle possibilità di ricostruire la civiltà, si concentra su ciò che rimane quando tutto sembra essere già finito: gli esseri umani, i loro ricordi, le loro paure e soprattutto la capacità, tutt’altro che scontata, di continuare a sperare.
La trama
Il mondo di The Dog Stars è quello successivo a una pandemia che ha decimato la popolazione mondiale. Denver è una città fantasma, le comunità sono ridotte a piccoli gruppi isolati e la sopravvivenza è diventata una questione quotidiana. Hig, interpretato da Jacob Elordi, vive in un piccolo aeroporto trasformato in rifugio insieme al suo cane Jasper e a Bangley, un uomo molto più pragmatico e violento, interpretato da Josh Brolin. Hig vola periodicamente sopra le rovine alla ricerca di viveri e materiali, mentre una misteriosa comunicazione radio proveniente da Grand Junction sembra suggerire che, da qualche parte, possa ancora esistere un futuro.
È un’ambientazione familiare al cinema post-apocalittico, ma Scott decide di affrontarla da una prospettiva sorprendentemente intima. La domanda centrale non è tanto “come sopravvivere?”, quanto “come riuscire a restare umani?”. Hig porta con sé il dolore per la perdita della moglie incinta, mentre Bangley sembra aver trasformato ogni sentimento in diffidenza e aggressività. Quando entrano nella loro storia Cima, una giovane medico interpretata da Margaret Qualley, e Pops, il padre interpretato da Guy Pearce, il film costruisce un confronto tra generazioni e modi diversi di immaginare il domani.

The Dog Stars analisi e recensione
Da una parte ci sono gli adulti, segnati dalla violenza e dalla disillusione; dall’altra i più giovani, ancora capaci di guardare al futuro con una certa curiosità e persino con dolcezza. È forse qui che si trova il cuore del film. Scott non sembra realmente interessato alla fine del mondo, ma agli uomini che devono viverla.
In questo senso The Dog Stars è meno un film catastrofico che una sorta di western contemporaneo. Le montagne del Colorado, le comunità rurali, gli uomini armati, le fattorie isolate e gli scontri con gruppi di sopravvissuti trasformano progressivamente la storia in un racconto universale sulla frontiera. Non è un caso che alcune delle sequenze più riuscite siano proprio quelle in cui Scott può lasciare parlare le immagini: l’aereo di Hig che sorvola paesaggi immensi, gli inseguimenti, l’assalto notturno al fortino di Bangley e soprattutto la spettacolare fuga aerea finale.
Il mondo precedente
L’America raccontata da Scott, però, è un’America completamente svuotata del proprio sogno. O meglio, è un sogno americano ridotto alla sua forma più elementare. Tra le rovine delle città sopravvivono ancora farmaci, cibo in scatola, Coca-Cola, Sprite, whisky e armi automatiche. I marchi commerciali sembrano più resistenti degli esseri umani, quasi a suggerire quella contraddizione già evocata da Mark Fisher: è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo.
E infatti uno dei dettagli più interessanti del film è proprio il modo in cui il mondo post-pandemico conserva le tracce del mondo precedente. The Dog Stars nasce da un romanzo del 2012, ma la presenza di una pandemia e l’ossessione dei sopravvissuti per il contagio, la febbre e il contatto fisico assumono oggi un significato inevitabilmente diverso. Anche l’intimità tra Hig e Cima è condizionata dalla paura: toccarsi, avvicinarsi, fidarsi dell’altro non sono più gesti naturali, ma atti che richiedono coraggio.

The Dog Stars analisi e recensione: i punti deboli
The Dog Stars, purtroppo, è un’opera piena di idee che non sempre trovano una forma narrativa altrettanto solida. Il ritmo è altalenante, alcuni personaggi rimangono poco approfonditi e la struttura si appoggia spesso a elementi già conosciuti del genere survival. Il film sembra oscillare continuamente tra diversi registri: western, dramma sentimentale, thriller post-apocalittico, riflessione sulla pandemia e racconto di sopravvivenza.
Questa indecisione rappresenta forse il principale limite dell’opera. Alcuni passaggi risultano prevedibili e la storia, per quanto ambiziosa nelle intenzioni, appare a tratti fin troppo semplice. È come se Scott avesse scelto deliberatamente di rinunciare ai grandi colpi di scena per concentrarsi sui sentimenti, ma senza sempre riuscire a dare a questi ultimi la profondità necessaria.
La forza di regia e cast
Quando lascia spazio alla sua regia, il film ritrova tutta la forza del suo autore. Scott continua a dimostrare una capacità quasi istintiva di trasformare un paesaggio in cinema. Le riprese aeree, i cieli, le montagne e i tramonti acquistano una dimensione quasi malinconica, mentre la fotografia restituisce una natura capace di essere contemporaneamente bellissima e minacciosa. E c’è una curiosità tutta italiana: il Colorado del film è stato ricreato in gran parte attraverso location del Centro e del Nord Italia, tra Abruzzo, Friuli, Lazio e gli studi di Cinecittà.
Anche il cast contribuisce alla riuscita dell’insieme. Jacob Elordi interpreta Hig puntando soprattutto sulla sua fisicità e sulla malinconia di un uomo che ha perso quasi tutto. Josh Brolin incarna perfettamente il cinismo di Bangley, mentre Guy Pearce porta nel film una ruvida umanità contadina. La performance più convincente è probabilmente quella di Margaret Qualley, capace di alternare determinazione, ironia e vulnerabilità. E poi c’è Jasper, il cane di Hig, che finisce inevitabilmente per diventare uno dei personaggi più memorabili del film.
Conclusione
Alla fine, The Dog Stars non è necessariamente il nuovo grande capolavoro di Ridley Scott. È lontano dalla forza innovativa di Alien e Blade Runner e presenta evidenti debolezze sul piano della sceneggiatura. Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui. Perché il film conserva qualcosa di prezioso: la capacità di guardare alla fine non come a un punto definitivo, ma come a un momento in cui gli uomini sono costretti a scegliere chi vogliono essere.
Il vero sogno americano, suggerisce Scott, non è più l’ambizione di conquistare qualcosa, ma la tenacia di chi continua a sperare. In un mondo devastato, la grandezza non appartiene a chi possiede di più o combatte meglio, ma a chi riesce ancora a fidarsi dell’altro.
Ed è forse questo il significato più profondo del titolo: le stelle sono ancora lì, oltre la fine. Lontane, quasi invisibili, ma sufficienti a indicare una direzione. The Dog Stars può essere un film imperfetto, irrisolto e talvolta troppo mite per lasciare davvero il segno. Ma nella malinconia di Hig, nel legame con Jasper, negli incontri casuali e nella possibilità di un nuovo inizio conserva una domanda che va oltre il genere post-apocalittico: quando tutto ciò che conosciamo scompare, che cosa siamo disposti a fare per non perdere anche la nostra umanità?
