La stagione dei premi si avvia verso la conclusione e, come ogni anno, l’attenzione mediatica è quasi interamente catalizzata dai grandi titoli che hanno fatto il pieno di nomination. Tuttavia, la storia del cinema ci insegna che il valore di un’opera non si misura solo attraverso il numero di statuette dorate portate a casa. Il 2026 è stato un anno straordinariamente ricco per le produzioni indipendenti, molte delle quali, pur avendo incantato i festival internazionali come Cannes o il Sundance, sono state parzialmente o totalmente ignorate dai giurati dell’Academy. In questo articolo vogliamo rendere giustizia a tre pellicole che, pur restando fuori dai giochi principali, meritano assolutamente un posto nella vostra lista di visioni obbligatorie.
Sirāt e l’odissea esistenziale di Óliver Laxe
Il primo grande “snobbato” di questa edizione è senza dubbio Sirāt, l’ultimo lavoro del regista spagnolo Óliver Laxe. Vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes, il film è un viaggio viscerale e mistico che attraversa i paesaggi del Marocco, dove la strada finisce e il deserto prende il sopravvento.
Laxe conferma la sua capacità unica di trasformare il cinema in un’esperienza quasi religiosa, documentando la fatica fisica e spirituale dei suoi protagonisti con una fotografia che lascia senza fiato.

Nonostante il supporto della critica europea e una distribuzione curata, l’Academy ha preferito puntare su produzioni più canoniche per la categoria del Miglior Film Internazionale. Eppure, Sirāt è un’opera che parla una lingua universale, quella della resistenza umana di fronte all’ignoto. Ignorarlo significa perdere uno dei rari esempi di cinema puro. Un cinema capace di utilizzare il tempo e il silenzio come strumenti narrativi per scuotere nel profondo lo spettatore.
Train Dreams e il western dell’anima di Greg Kwedar
Un altro titolo che avrebbe meritato molto più spazio nelle categorie dedicate alla sceneggiatura e al miglior attore è Train Dreams, diretto da Greg Kwedar. Tratto dall’omonimo romanzo di Denis Johnson, il film racconta la vita solitaria di Robert Grainier, un operaio ferroviario nel West americano dell’inizio del XX secolo.
Come già abbiamo visto anche in altri articoli, gli Oscar 2026 sono dominati da tutt’altro tipo di film, ma nonostante questo, Train Dreams riesce ad offrire una riflessione intima e dolorosa sul passaggio del tempo e sulla perdita.
La forza di questo film risiede nella sua semplicità quasi biblica. Non ci sono grandi inseguimenti o colpi di scena sensazionali; c’è solo la cronaca di una vita fatta di duro lavoro, natura selvaggia e fantasmi del passato. La performance del protagonista, che sorregge l’intera pellicola quasi senza dialoghi, è una lezione di recitazione naturalistica che avrebbe dovuto essere celebrata accanto a quelle di DiCaprio o Chalamet. È un film che richiede pazienza, ma che ricompensa con una profondità emotiva rara nel cinema contemporaneo.
Sorry, Baby e la nuova voce del cinema indie americano
Infine, non possiamo non citare Sorry, Baby, l’esordio alla regia di Eva Victor che ha scosso il Sundance Film Festival all’inizio dell’anno. Un film considerato anticonvenzionale per i gusti dei giurati dell’Academy, che però racconta una storia di guarigione emotiva.

Una pellicola fresca e onesta ti piacerà molto al pubblico, anche se non avrà l’occasione di venire premiata ai prossimi Oscar. Eva Victor scrive, dirige e interpreta un’opera che rifiuta le facili soluzioni narrative. Con un umorismo caustico e una vulnerabilità disarmante, il film esplora la solitudine in un mondo iper-connesso e l’assurdità del dolore quotidiano.
La sua esclusione dalle categorie principali è il segnale di quanto sia ancora difficile per le voci femminili più graffianti e meno “rassicuranti” trovare spazio nei circuiti ufficiali. Recuperare Sorry, Baby significa sostenere un cinema che non ha paura di sbagliare, di essere scomodo e, soprattutto, di essere profondamente umano
