Recensire un film di Stanley Kubrick era d’obbligo e parlare di Shining nello specifico significa entrare in uno spazio che va ben oltre il cinema horror tradizionale. Il regista qui ha voluto rilasciare un suo personale adattamento del romanzo di Stephen King costruendo un’opera che utilizza la paura come strumento di indagine psicologica e simbolica.
Trama e Protagonista
La storia si svolge in un luogo infestato: l’Overlook Hotel è un posto tenebroso, che scena dopo scena si trasforma in un labirinto mentale. Un’estensione della mente del protagonista Jack Torrance.
Torrance vive l’orrore che man mano esplode. La violenza si insinua lentamente nella sua mente, attraverso simmetrie inquietanti, silenzi opprimenti e una regia che trasforma ogni corridoio in una minaccia potenziale.
Il protagonista è tormentato e Kubrick riesce a trasformarlo andando oltre la dimensione del mostro che c’è fuori, mostrando il terrore all’interno dell’uomo e del suo rapporto con lo spazio e con il tempo.
Il labirinto come simbolo centrale in Shining
Abbiamo detto che il luogo in cui si svolge il film più che l’hotel infestato è il labirinto mentale del protagonista. Il tema del dedalo è centrale in Shining e opera su più livelli. C’è il labirinto fisico del giardino, quello architettonico dell’hotel e quello psicologico di Jack.
Per rendere lo spettatore partecipe di ognuno di questi percorsi confusionari, Kubrick utilizza carrellate lunghissime e movimenti di macchina ipnotici. Lo spettatore perde costantemente ogni riferimento spaziale e l’hotel sembra cambiare forma ad ogni scena. Le stanze appaiono scompaiono, le finestre sfidano la logica architettonica.

Il labirinto diventa metafora della mente che si chiude su se stessa, della follia che non trova via d’uscita. Jack si perde all’interno dell’hotel, ma più che altro perde se stesso, la propria identità, risucchiato da un passato ciclico che il regista suggerisce come eterno e ineluttabile.
La paura secondo Kubrick: controllo e distanza
Ma cos’è che differenzia Shining da molti altri film horror? Come prima cosa che non si cerca l’immedesimazione emotiva immediata dello spettatore con il protagonista. Tre personaggi c’è una distanza glaciale e chi le osserva li sta guardando sotto una lente clinica. Un controllo formale, che genera una paura più sottile e persistente.
Le inquadrature sono simmetriche, la musica è ossessiva e da un ritmo volutamente dilatato in modo da costruire un’attenzione costante. La colonna sonora di György Ligeti e Krzysztof Penderecki a come obiettivo quello di anticipare la violenza e renderla inevitabile. Una violenza che non è spettacolarizzata ma piuttosto annunciata come a suggerire che l’orrore non nasce dall’imprevisto ma dalla ripetizione dell’ossessione, elementi che lentamente erodono la razionalità dello spettatore.
Jack Torrance e la dissoluzione dell’identità
Una razionalità, quella di cui parlavamo nel paragrafo precedente, che anche il protagonista perde. Jack Torrance è uno dei personaggi più complessi della filmografia kubrickiana.
In Shining non assistiamo a una trasformazione improvvisa, ma a una progressiva rivelazione. La follia di Jack sembra preesistere all’Overlook, che agisce più come catalizzatore che come causa.

Kubrick costruisce il personaggio attraverso piccoli gesti, sguardi fuori asse, sorrisi forzati che anticipano la rottura finale. In questo senso Shining diventa un film sull’alienazione, sulla frustrazione maschile e sul fallimento dell’autorità paterna. Jack non impazzisce perché l’hotel è malvagio, ma perché non riesce a sostenere il peso delle aspettative che lui stesso si è imposto.
L’eredità di Shining nel cinema contemporaneo
Shining è un film che ha fortemente influenzato il cinema contemporaneo perché molti registi hanno ripreso l’idea di un horror atmosferico, basato sulla costruzione dello spazio sulla suggestione visiva più che sugli effetti speciali.
Kubrick ha dimostrato che la paura può essere un’esperienza intellettuale, quasi astratta, capace di agire a livello inconscio. Shining continua a generare interpretazioni, teorie e analisi proprio perché rifiuta una spiegazione univoca. È un film-labirinto, come l’hotel che rappresenta, in cui ogni spettatore può perdersi e ritrovarsi in modo diverso. Ed è forse proprio questa ambiguità controllata il segreto della sua eterna inquietudine.
