La storia del cinema americano è indissolubilmente legata all’epopea della Frontiera. Per decenni, il genere western ha alimentato la mitologia di una nazione, mettendo in scena cavalieri senza macchia, sceriffi dal cuore d’oro e una netta distinzione manichea tra il bene e il male. Tuttavia, nel 1992, un’opera cinematografica straordinaria è arrivata nelle sale per smantellare pezzo dopo pezzo questa monumentale costruzione retorica. Con la realizzazione de Gli Spietati, Clint Eastwood non ha soltanto firmato uno dei suoi più grandi capolavori come regista e interprete, ma ha compiuto un vero e proprio atto di decostruzione culturale, seppellendo definitivamente la visione romantica dell’ovest per sostituirla con una realtà cruda, dolorosa e priva di eroi.
Il tramonto del pistolero e la dura realtà della vecchiaia
Il protagonista della pellicola, William Munny, interpretato dallo stesso Eastwood, è l’antitesi del classico eroe della Frontiera. Non ci troviamo di fronte a un baldo pistolero dalla mira infallibile. Munny è un vecchio allevatore di maiali vedovo, impoverito, tormentato dai fantasmi di un passato violentissimo e incapace persino di salire a cavallo con la scioltezza di un tempo.

Quando Munny accetta l’incarico di uccidere due cowboy che hanno sfregiato una prostituta, non lo fa per spirito di giustizia o senso dell’onore. Lo fa unicamente per la misera ricompensa in denaro necessaria a sfamare i suoi figli. Questa premessa narrativa spoglia immediatamente il genere di qualsiasi fascino epico, ancorando il racconto alla prosaicità della sopravvivenza biologica ed economica.
La sconsacrazione della violenza e il rifiuto dell’epica
Nelle pellicole western tradizionali, il duello al sole e la sparatoria venivano rappresentati come momenti di massima esaltazione coreografica e morale. Ne Gli Spietati, invece, la violenza perde ogni barlume di spettacolarità per mostrare il suo volto più autentico, ovvero quello della goffaggine, della paura e della brutalità disordinata.
Gli uomini non muoiono con dignità teatrale, ma agonizzano nel fango, implorando un sorso d’acqua. Uccidere un altro essere umano viene descritto dal protagonista come un atto terribile. Un atto che priva la vittima di tutto ciò che ha e di tutto ciò che avrebbe potuto avere. Eastwood elimina la catarsi del sangue, privando lo spettatore del piacere della vendetta e costringendolo a fare i conti con l’orrore morale della morte.
Non solo, altro pilastro del genere che viene radicalmente abbattuto è quello della figura del tutore dell’ordine. Lo sceriffo Little Bill Daggett, interpretato da un monumentale Gene Hackman, rappresenta la legge, ma i suoi metodi sono caratterizzati da un sadismo e da una spietatezza che non hanno nulla da invidiare a quelli dei fuorilegge.

Daggett picchia brutalmente i sospettati, vieta l’uso delle armi solo per mantenere il monopolio della violenza e tortura a morte gli indifesi. In questo universo non esistono istituzioni sane o cavalieri solitari capaci di portare l’ordine. La giustizia è un concetto astratto e manipolabile, mentre la realtà è dominata esclusivamente dal potere contrattuale della forza bruta e della prevaricazione sociale.
Il ritorno della leggenda come maledizione finale
Nel tesissimo e memorabile scontro finale all’interno del saloon, William Munny abbandona i panni del vecchio agricoltore pacifico per riabbracciare la sua antica natura di assassino spietato e implacabile. Tuttavia, questo ritorno all’azione non viene celebrato come il trionfo dell’eroe, ma come la tragica capitolazione dell’anima di un uomo davanti al richiamo della sua stessa mostruosità.
Munny vince la sfida non perché è il più giusto, ma perché è il più freddo, il più cinico e il meno incline alla pietà. Il film si conclude con una figura che si dissolve nell’oscurità della notte, mentre Eastwood firma il perfetto epitaffio del genere, dove il mito del western si spegne non sotto i colpi di un progresso civilizzatore, ma sotto il peso insostenibile delle proprie menzogne storiche e morali.
