Nel 2004, l’emittente statunitense NBC lancia all’interno del proprio contenitore giornalistico Dateline un format d’inchiesta destinato a stravolgere l’immaginario televisivo: How to Catch a Predator. Ideato e condotto dal giornalista Chris Hansen, il programma sfrutta una rete di “esche”, ovvero attori adulti che fingono di essere adolescenti minorenni in chat. L’obiettivo è attirare presunti predatori sessuali all’interno di abitazioni piene di telecamere nascoste, smascherandoli e umiliandoli pubblicamente prima di consegnarli alle forze dell’ordine a beneficio di macchina.
Nel giro di due anni lo show si trasforma in un fenomeno di costume travolgente. Ciò spinge la rete nel 2006 a proporre ad Hansen lo sbarco in prima serata, il primetime, per competere con i mostruosi ascolti di Lost sulla concorrente ABC. Per Hansen, affiancato dalla cinica produttrice Andie il passaggio di fascia oraria si tramuta in un’ossessiva caccia al mostro. Per vincere la guerra dell’audience occorre trovare soggetti sempre più altolocati ed eclatanti.
Trama e cast di Primetime
Noto per i documentari Some Kind of Heaven e Spermworld, il regista Lance Oppenheim passa per la prima volta alla finzione. Ispirandosi all’articolo di Luke Dittrich su Esquire (“Tonight on Dateline This Man Will Die”), mette in scena un sordido thriller sui giochi di potere mediatici. Il film ricostruisce quel controverso anello di congiunzione tra informazione d’inchiesta e reality show voyeuristico, in cui vicende gravissime vengono trasformate in una sorta di cinica candid camera a uso e consumo di un pubblico complice.
A dare il volto ad Hansen è Robert Pattinson (impegnato anche come produttore al fianco di Ari Aster e del marchio A24), che lavora sui toni e sulla cadenza vocale per restituire l’immagine di un performer televisivo ormai incapace di scindere l’etica giornalistica dal bisogno di ipnotizzare la telecamera. Oppenheim traduce questo disorientamento visivo attraverso una regia nevrastenica che frammenta lo sguardo in un insieme di split screen, riprese multiple da cabina di regia e variazioni di grana digitale dei primi anni Duemila, lasciando la patinata Los Angeles per addentrarsi nelle atmosfere umide e transazionali del Texas e della Florida, dove le stesse forze dell’ordine locali offrono i propri territori per garantirsi visibilità nazionale.

Primetime analisi e recensione
Primetime si inserisce in quel filone del cinema contemporaneo volto ad anatomizzare la deriva giustizialista dell’informazione spettacolarizzata. Si pone così quasi in un ideale dialogo tematico con opere come Ink di Danny Boyle o Nightcrawler – Lo sciacallo di Dan Gilroy. Il regista Lance Oppenheim sceglie di sviscerare dall’interno la macchina produttiva di To Catch a Predator, mostrandola non come un biopic classico su Chris Hansen, bensì come una fredda autopsia sul voyeurismo mediatico degli anni Duemila.
Il programma televisivo viene rappresentato come una moderna gogna mediatica in cui il bisogno di punizione del pubblico si trasforma in un irrinunciabile rituale da prima serata. In questa discesa negli abissi, Hansen è guidato dal desiderio cieco di carpire l’immagine del “predatore perfetto” capace di far tremare le istituzioni e garantire la vittoria negli ascolti TV. La pellicola evidenzia bene il meccanismo perverso per cui i collaboratori dello show, dall’esca Dan (Skyler Gisondo) alla produttrice (Merritt Wever), vengono lentamente consumati dal format, trasformando la caccia ai mostri in un’attività alienante in cui la morale cede sistematicamente il passo agli indici di ascolto.
Gli aspetti positivi
Sul piano formale e stilistico, la pellicola beneficia appieno della cura visiva e produttiva tipica delle produzioni A24. Il lavoro del direttore della fotografia David Bolen riesce a ricreare un’estetica visiva al tempo stesso patinata e squallida, capace di evocare la superficie satura della TV via cavo d’inizio millennio attraverso l’uso del formato 4:3 e l’alternanza tra pellicola 35mm e digitale d’epoca.
Il primo atto del film funziona con buon ritmo, trascinando lo spettatore dentro la concitazione della sala regia e facendolo sentire partecipe delle operazioni sotto copertura. Tra le componenti più riuscite figura la prova attoriale di Robert Pattinson. L’attore evita la caricatura macchiettistica di Chris Hansen per concentrarsi sul lavoro vocale, calibrando un timbro rassicurante e artefatto che cattura bene l’ambiguità di un uomo diventato giustiziere a favore di macchina da presa. Risulta convincente anche la caratterizzazione del cast di supporto, in particolare la figura del giovane attore-esca interpretato da Skyler Gisondo, simbolo di una generazione disposta a svendere le proprie aspirazioni artistiche pur di guadagnare uno spazio sotto i riflettori.

Gli aspetti negativi
Nonostante le premesse ambiziose, Primetime rivela ben presto evidenti limiti strutturali che ne compromettono il risultato finale. Il problema principale risiede nella decisione di deviare la narrazione dall’indagine etica sui meccanismi del programma verso i risvolti più convenzionali della vita privata del conduttore. Anziché affondare il coltello nella spietatezza di un format che trasforma argomenti gravissimi in mero intrattenimento, la sceneggiatura di Ajon Singh preferisce indugiare sui cliché del matrimonio in crisi e sulle infedeltà familiari di Hansen, spostando il fuoco dell’opera e depotenziandone l’urgenza.
Il ritmo nevrotico e la saturazione continua di split screen e monitor finiscono per risultare ridondanti, appiattendo il film su uno standard visivo già ampiamente visto che manca di un vero climax drammatico. Anche l’accostamento simbolico tra la caccia ai predatori in TV e la linea politica americana dell’epoca (richiamata dalle continue immagini dei notiziari sull’esecuzione di Saddam Hussein) appare didascalico e poco approfondito. In definitiva, Primetime si ferma alla superficie della critica televisiva, offrendo un involucro formale ben confezionato ma privo della necessaria forza d’urto per scavare davvero negli abissi morali della vicenda.
