Il passaggio dal disegno animato alla realtà fotorealistica rappresenta una delle sfide più ambiziose del cinema moderno. Con il remake de Il libro della giungla, Jon Favreau non ha solo rinfrescato un titolo storico, ma ha ridefinito il concetto stesso di live-action. Nonostante la quasi totalità del film sia stata girata in uno studio a Los Angeles, la tecnologia CGI raggiunge livelli di perfezione tali da rendere l’ambiente indiano e i suoi abitanti animali incredibilmente tangibili, creando un’esperienza immersiva che onora il materiale originale di Rudyard Kipling pur mantenendo lo spirito del classico animato del 1967.
Libro della Giungla: una narrazione tra realismo e mito
A differenza della versione animata, più scanzonata e musicale, questo Libro della giungla sceglie una via più vicina al racconto di formazione epico.
La giungla è un luogo maestoso ma pericoloso, regolato dalla “Legge della Giungla”, un codice d’onore che dà profondità sociale alla comunità animale. Mowgli, interpretato dal giovane Neel Sethi (l’unico elemento umano reale sul set), non è solo un bambino smarrito, ma un individuo che deve trovare il proprio equilibrio tra l’istinto animale e l’ingegno umano. La sua lotta per l’appartenenza diventa il cuore pulsante del film, rendendo la storia rilevante anche per un pubblico adulto.

L’impatto visivo del film è senza dubbio il suo punto di forza. Ogni pelo della pelliccia di Shere Khan o le increspature dell’acqua dove si riposa Baloo sono resi con una cura maniacale. Tuttavia, la tecnologia non oscura le interpretazioni.
Nella versione originale, voci come quella di Idris Elba per la tigre Shere Khan conferiscono una minaccia reale e terrificante, mentre Bill Murray infonde a Baloo una saggezza pigra e irresistibile. Anche il doppiaggio italiano ha saputo mantenere alto il livello, regalando personalità a creature che, pur sembrando veri documentari naturali, comunicano emozioni profondamente umane.
Il confronto con il passato e l’eredità di Kipling
Favreau compie un’operazione di equilibrio rischiosa ma riuscita: integrare le canzoni iconiche come “Lo stretto indispensabile” in un contesto che flirta con il dramma e l’avventura pura.

Il film recupera elementi dai libri originali di Kipling, come la tregua dell’acqua durante la siccità, conferendo alla giungla una sacralità che nel cartone era assente. Questo approccio permette a Il libro della giungla di non essere una mera copia carbone del passato, ma una reinterpretazione che esplora il conflitto tra natura e progresso tecnologico, simboleggiato dal “fiore rosso”, il fuoco.
Il Libro della giungla come traguardo tecnico ed emotivo
La versione 2016 de Il libro della giungla resta uno dei migliori esempi di come la Disney possa riutilizzare il proprio archivio storico per creare qualcosa di nuovo e tecnicamente sbalorditivo.
Un film che incanta i bambini per la sua avventura e affascina gli adulti per la sua realizzazione tecnica e la sua maturità narrativa. Favreau ha dimostrato che la tecnologia, se usata con cuore e rispetto per la storia, può davvero ridare vita ai miti, rendendo la giungla un luogo dove perdersi e ritrovarsi ancora una volta.
