Il cinema di Luca Guadagnino non è mai stato una questione di semplici trame, quanto piuttosto di corpi, di sudore e di sguardi che bruciano più della pelle sotto il sole estivo. Con Challengers, il regista italiano compie un salto acrobatico oltre la rete, portandoci all’interno di un triangolo amoroso dove il tennis non è lo sport protagonista, ma il linguaggio con cui tre anime ferite comunicano, si colpiscono e si tradiscono.
Challengers: non il classico film sportivo
Se ancora non lo avete visto (è uscito nel 2024), recuperatelo. Non aspettatevi però il classico film sportivo sulla redenzione. Questa è un’opera viscerale, cinetica e profondamente sensuale che trasforma ogni battuta in un atto di guerra psicologica.
La storia si snoda attraverso un montaggio non lineare che attraversa tredici anni di amicizia, amore e competizione. Al centro di tutto c’è Tashi Duncan, interpretata da una monumentale Zendaya, una promessa del tennis la cui carriera viene spezzata da un infortunio, costringendola a diventare la mente dietro il successo di suo marito Art.

Il conflitto esplode quando Art deve affrontare in un torneo “Challenger” il suo ex migliore amico ed ex amante di Tashi, Patrick. Da questo momento, il campo da gioco diventa un altare su cui si consumano vecchi rancori e mai sopite passioni, in un crescendo di tensione che toglie il fiato.
La geometria dei sentimenti e il potere del cast
Il cuore pulsante di Challengers risiede nella chimica esplosiva tra i suoi tre protagonisti. Zendaya offre la prova della maturità, costruendo un personaggio complesso, manipolatore e magnetico, capace di muovere le fila dei due uomini della sua vita come se fossero pedine su una scacchiera. La sua Tashi non cerca simpatia, ma eccellenza, e la sua presenza scenica domina ogni singolo fotogramma. Accanto a lei, Josh O’Connor e Mike Faist incarnano due volti diversi della mascolinità: il primo selvaggio e istintivo, il secondo tecnico e controllato.

Guadagnino lavora sui loro volti e sui loro movimenti con una precisione chirurgica. La tensione erotica non viene quasi mai esplicitata attraverso scene di sesso convenzionali, ma si sprigiona dal modo in cui i corpi si muovono sul campo, dal respiro affannoso durante un tie-break e dallo scambio frenetico di palline che diventano messaggi d’amore e di odio. È una danza a tre dove le alleanze cambiano continuamente, lasciando lo spettatore nell’incertezza su chi stia davvero vincendo la partita sentimentale.
Una regia dinamica tra estetica e colonna sonora
Dal punto di vista tecnico, Challengers è un esperimento visivo audace e riuscito. La macchina da presa di Guadagnino rompe ogni regola del cinema sportivo tradizionale. La pallina da tennis diventa soggettiva, il punto di vista si sposta sotto il pavimento trasparente del campo e rallenta fino a rendere il sudore che vola via dai capelli un elemento di puro design. Ogni inquadratura è studiata per far sentire lo spettatore dentro lo scambio, non come un semplice osservatore, ma come parte integrante della tensione agonistica.
Un ruolo fondamentale in questa esperienza sensoriale è giocato dalla colonna sonora firmata da Trent Reznor e Atticus Ross. Le ritmiche techno ed elettroniche martellanti trasformano i match di tennis in veri e propri rave psicologici.

La musica non accompagna l’azione, la guida, dettando il battito cardiaco di un film che non si ferma mai a riprendere fiato. Questo contrasto tra l’eleganza classica del tennis e la ferocia dei beat elettronici crea un’atmosfera unica, rendendo la pellicola un oggetto pop assolutamente contemporaneo e irresistibile.
Il tennis come metafora della vita e del possesso
Challengers ci racconta che nella vita, come nello sport, non si gioca mai da soli. Il film esplora il concetto di “tennis totale”, ovvero quel momento di grazia in cui i due giocatori smettono di essere rivali per diventare un’unica entità legata dallo sforzo estremo.
Per Tashi, Art e Patrick, il tennis è l’unico modo per sentirsi vivi, l’unico spazio dove la verità può finalmente emergere senza il filtro delle convenzioni sociali. Il finale, aperto e travolgente, lascia con una scarica di adrenalina difficile da smaltire.
Luca Guadagnino ha firmato un’opera che parla di ossessione e di come il desiderio possa essere la forza più costruttiva e distruttiva del mondo. Challengers infatti non è solo un film da vedere, ma un’esperienza da sentire sulla pelle, un match lungo due ore che ridefinisce i confini del dramma relazionale moderno.
