È tornata Runway ed è tornata pure Miranda Pristley. C’è qualcosa di diverso però. Il Diavolo Veste Prada 2 non ha riscosso il successo di pubblico aspettato anche se tutti sono andati a vederlo e le vendite sono andate alle stelle. Forse c’era troppa aspettativa o forse siamo di fronte ad un’opera che ha cercato di rievocare i fasti di un’epoca dorata scontrandosi con una realtà che è profondamente mutata. Siamo nell’era del tramonto del giornalismo cartaceo e dell’ascesa in arrestabile dei contenuti digitali, quelli effimeri, che cominciano ad essere ridondanti. Insomma il risultato è che ci troviamo davanti ad un ritratto malinconico che usa la moda come pretesto soltanto per riflettere sulla fine di un intero sistema culturale. Sarà forse per questo che il film non è piaciuto molto? Scopriamolo in questa recensione.
Il Diavolo Veste Prada 2: Un successo commerciale frenato dalla delusione dei fan
Anche se nella nostra introduzione vi abbiamo detto che non si è trattato di un successo, la verità è che, dal punto di vista meramente economico, l’operazione dell’uscita di questo film può considerarsi un trionfo indiscutibile. La pellicola infatti ha letteralmente sbancato al botteghino a livello globale, dimostrando che c’è comunque un interesse per i vecchi personaggi e le atmosfere glamour.
Nonostante questo, i numeri incassati non corrispondono il gradimento della critica. In particolare il film non ha rispettato le aspettative dei fan storici. Il Diavolo Veste Prada 2 non ho ottenuto quell’impatto culturale e quel plauso sperato, ma ha acceso soltanto infinite polemiche.

I nostalgici del primo film si sono accaniti sui social per esprimere il proprio dissenso e hanno descritto questa nuova produzione come un’operazione del tutto commerciale priva di quell’anima e di quella brillantezza che avevano reso il capitolo uno memorabile, una pellicola originale e cult.
Mancanza di trama e nesso logico
Quello che gli appassionati criticano a Il Diavolo Veste Prada 2 e che la struttura narrativa del lungometraggio non è fluida e non c’è un’evoluzione dei personaggi. Insomma la sceneggiatura è stata giudicata frammentaria e priva di una vera e propria direzione.
Per alcuni il film soltanto una sequenza di bozzetti slegati, con una trama molto debole, priva di quel mordente che caratterizzava la scalata professionale di un tempo della protagonista. Non solo, c’è anche l’assenza di un nesso logico solido con il primo film, tanto che i cambiamenti lavorativi, le scelte di vita e l’evoluzione psicologica dei protagonisti sembrano del tutto ignorare il loro percorso di crescita che nel precedente capitolo si era concluso lasciando anche un senso di smarrimento e in coerenza narrativa.
La cosa interessante di tutto il film rimane l’analisi sul tramonto dell’editoria e su quanto possa essere potente l’algoritmo dei social. Infatti, aldilà dei difetti strutturali contestati, questa riflessione sulla fine dell’era del giornalismo di moda è comunque evidente e particolarmente importante.
Se nel primo capitolo il potere assoluto risiedeva nella direzione editoriale, qui ci troviamo di fronte ad un mondo totalmente sfasciato dove la carta stampata non vende più e le redazioni storiche vengono svuotate così come la loro autorità culturale passata ormai nelle mani degli influencer.
Una riflessione amara sul peso del passato cinematografico
Se vi siete persi il film, state quindi tranquilli che potete attendere e recuperarlo in streaming perché questa nuova produzione non è riuscita a replicare il miracolo cinematografico del primo capitolo.
A distanza di vent’anni il tentativo di attualizzare un mito si è scontrato con l’impossibilità di ritrovare quella magica combinazione di cinismo e leggerezza che aveva invece decretato il successo de Il Diavolo Veste Prada.
Questa seconda pellicola rimane un esperimento che forse si è concluso a metà, ovvero è stato capace di riempire le casse dei cinema grazie al richiamo magnetico dei suoi protagonisti, ma il tempo stesso è stato incapace di lasciare un segno profondo nel cuore degli spettatori.
