Il cinema di fantascienza è da sempre uno dei più amati. Fare un film che recupera un cult di questo genere può essere dunque rischioso. Raramente viene bene, ma oggi vi parliamo di una pellicola del 2024 che è riuscita a potenziare visivamente e concettualmente il suo predecessore. Kingdom of the Planet of the Apes, ambientato diverse generazioni dopo la morte di Cesare, il leader carismatico che aveva guidato le scimmie verso la libertà, è il nuovo capitolo che ci proietta in un futuro dove l’uomo è ormai un ricordo sbiadito, una creatura selvatica che vive ai margini di una natura che si è ripresa ogni centimetro di cemento. La regia passa nelle mani di Wes Ball, che riesce nell’impresa di mantenere intatta la solennità della saga precedente pur introducendo una ventata di freschezza e un senso di avventura che richiama le origini del franchise.
La narrazione di Kingdom of the Plantet of the Apes
La narrazione del nuovo Kingdom of the Planet of the Apes (2024) non è più una cronaca della guerra tra specie, ma un’esplorazione antropologica di come le leggende possano essere distorte dal tempo.
Le scimmie si sono divise in clan, ognuno con le proprie tradizioni e credenze. Al centro della storia troviamo Noa, un giovane scimpanzé appartenente al Clan delle Aquile, che si ritrova a dover mettere in discussione tutto ciò che sa sul suo mondo dopo l’incontro con un tiranno che utilizza il nome di Cesare per giustificare la propria sete di potere. Questo conflitto tra interpretazioni del passato è il vero motore emotivo del film, rendendolo molto più di un semplice spettacolo di azione.
Un mondo ridefinito tra tecnologia e natura selvaggia
Dal punto di vista tecnico, Kingdom of the Planet of the Apes rappresenta un nuovo standard per la motion capture. La tecnologia utilizzata da Weta FX ha raggiunto un livello di fotorealismo che toglie il fiato. Le espressioni facciali, il movimento del pelo sotto la pioggia e l’interazione dei personaggi digitali con l’ambiente circostante sono talmente fluidi da far dimenticare la natura artificiale dei protagonisti. Questo realismo permette allo spettatore di connettersi empaticamente con Noa, percependo ogni sua esitazione, paura o momento di coraggio attraverso piccoli dettagli dello sguardo.
Le ambientazioni sono spettacolari nella loro decadenza. Vedere i resti dei grattacieli di Los Angeles o degli osservatori astronomici inghiottiti dalla foresta tropicale restituisce un senso di meraviglia e malinconia.

La cura nel world-building è evidente in ogni scena: dalle strutture costruite dalle scimmie con materiali di recupero alla gerarchia sociale che regola i diversi clan. Il film si prende il tempo necessario per farci respirare questo mondo, evitando di correre da un’esplosione all’altra e preferendo costruire un’atmosfera immersiva che avvolge lo spettatore fin dai primi minuti.
Il mito di Cesare e la lotta per la verità
Il villain del film, Proximus Cesare, è uno dei personaggi più affascinanti dell’intera saga. Egli non odia gli umani per puro istinto, ma li studia attraverso i resti delle loro conoscenze per accelerare l’evoluzione della sua specie.
Proximus rappresenta il pericolo della storia manipolata. Egli usa le parole di un antico eroe per costruire un regime oppressivo, trasformando un messaggio di pace e fratellanza in uno strumento di dominio. Il viaggio di Noa diventa quindi una ricerca della verità storica, un tentativo di scoprire chi fosse realmente il Cesare originale e quale fosse il suo vero testamento per le generazioni future.
L’ingresso di un personaggio umano, Mae, aggiunge un ulteriore strato di complessità alla trama. Il suo rapporto con Noa è fatto di sospetto e necessità, una dinamica che ribalta costantemente le aspettative dello spettatore. Chi è la vera minaccia? Gli umani che cercano di riprendersi il loro trono o le scimmie che rischiano di ripetere gli stessi errori dei loro predecessori? Il film non offre risposte facili, preferendo muoversi in una zona grigia morale che invita alla riflessione anche dopo la fine dei titoli di coda.
Un nuovo inizio per una saga leggendaria
Kingdom of the Planet of the Apes è un trionfo della fantascienza moderna. Un film da vedere perché riesce a bilanciare l’intrattenimento su larga scala con temi filosofici profondi come la fede, il potere della parola e il rapporto dell’uomo con l’ambiente.
È un film che onora profondamente il lavoro iniziato da Matt Reeves, ma che ha il coraggio di camminare con le proprie gambe verso territori inesplorati. Per chi ama il cinema che sa far pensare oltre che stupire, questo capitolo è una visione che ci ricorda che, indipendentemente da chi detenga il potere sulla Terra, la lotta per l’integrità e la compassione rimane l’unica vera costante universale.
