C’è stato un tempo in cui uno dei temi più affrontati al cinema era quello della Shoah. Un tema visto sotto una lente cruda e documentaristica, che cercava di restituire allo spettatore la brutalità nuda dei fatti avvenuti. Nel 1997 però Roberto Benigni decise di intraprendere una strada diversa, attratti pericolosa per la sua audacia, ovvero raccontare l’indicibile attraverso la lente della fantasia. Nasce così la vita è bella uno dei film sulla seconda guerra mondiale e sulla persecuzione degli ebrei che anche una dichiarazione d’amore universale. Forse proprio per questo ha vinto diversi Oscar, perché è una pellicola che è riuscita a rappresentare l’inno alla capacità dell’animo umano di preservare l’innocenza anche quando tutto intorno è immerso nell’oscurità più profonda.
La Vita è Bella: i suoi atti
La Vita è Bella è un’opera che si divide nettamente in 2 atti. Atti che specchiano la trasformazione del mondo negli anni della guerra. Abbiamo infatti una prima parte descritta come una commedia solare, quasi uno slip slapstick, che attinge alla grande tradizione del cinema muto e del varietà italiano.
Nella prima parte conosciamo il protagonista del film, Guido Orefice (interpretato dallo stesso Benigni) un uomo la cui unica arma è la parola, la velocità di pensiero e un ottimismo incrollabile. Guido si innamora della sua “principessa”, Dora, e la sua conquista è un trionfo di coincidenze magiche e spirito vitale.
In questa premessa si nasconde tutto ciò che renderà il secondo atto qualcosa di lacerante per lo spettatore. Nella seconda parte del film si vede la deportazione e il dolore delle persone nei campi di concentramento. Questo dolore però viene letto sotto una chiave divertente, onirica, dove l’amore costruito nella prima parte del film ci aiuta a capire il peso specifico del sacrificio finale di Guido.
Il gioco come scudo contro la disumanizzazione
Il cuore pulsante de La Vita è Bella risiede nell’invenzione del “gioco”. Quando Guido e il piccolo Giosuè vengono deportati in un campo di concentramento, il padre comprende immediatamente che l’unico modo per salvare non solo il corpo, ma soprattutto la mente del figlio, è filtrare la realtà attraverso una narrazione alternativa. Le regole feroci del lager diventano così le regole di un concorso a premi per vincere un vero carro armato.

Questa scelta narrativa non è un modo per sminuire la tragedia storica, ma rappresenta la forma più alta di resistenza. La disumanizzazione nei campi di sterminio passava attraverso la privazione dell’identità e del senso delle cose, trasformando l’orrore in un gioco, Guido restituisce un senso (seppur fittizio) alla sofferenza di Giosuè.
Il messaggio dietro questo prodotto artistico è chiaro: l’immaginazione è l’ultima linea di difesa della dignità umana. Benigni suggerisce che, finché siamo in grado di inventare una storia, non siamo stati completamente sconfitti dal male.
Perché La Vita è Bella ha trionfato agli Oscar
Il successo planetario culminato nella notte degli Oscar del 1999, dove il film portò a casa tre statuette (Miglior film straniero, Miglior attore protagonista e Miglior colonna sonora), non fu solo un tributo alla performance di Benigni. L’Academy e il pubblico internazionale rimasero folgorati dalla capacità del film di universalizzare una tragedia specifica. Prima di allora, pochi autori avevano osato mescolare la commedia con l’Olocausto senza cadere nel cattivo gusto.
La vittoria di Benigni segnò un momento storico per l’Italia, portando il cinema nostrano nuovamente al centro del mondo dopo l’epoca d’oro del neorealismo e dei grandi maestri come Fellini. L’Oscar a Benigni fu il riconoscimento di una capacità narrativa unica. La capacità di saper piangere e ridere nello stesso istante.
La colonna sonora di Nicola Piovani, con le sue melodie malinconiche ma speranzose, divenne il tappeto sonoro di un sentimento collettivo che superava i confini nazionali. Il film riuscì a toccare corde profonde nel pubblico americano e internazionale perché parlava di paternità e sacrificio, temi che non necessitano di traduzione.
Il messaggio di Benigni e il valore della gioia nella tragedia
Parlare in maniera gioiosa della Seconda Guerra Mondiale è stata, per l’Italia e per il cinema mondiale, una rivoluzione concettuale. Molti critici, all’epoca, si chiesero se fosse lecito ridere in un contesto simile. La risposta risiede nel sottotitolo ideale del film: la gioia non è negazione della realtà, ma un atto di ribellione politica e spirituale. Benigni non voleva fare un documentario storico, voleva creare una favola moderna che interrogasse lo spettatore su cosa resti di noi quando ci viene tolto tutto.
Per l’Italia, questo film ha significato anche affrontare il proprio passato fascista e le leggi razziali con una consapevolezza nuova, meno accademica e più empatica. Il messaggio di Benigni è che la bellezza può essere trovata ovunque, non perché il male non esista, ma perché l’amore ha una forza creativa che il male non possiede.
