Nel 2025 è uscito un film che ha riportato sul grande schermo la storia del primo grande vampiro. Robert Eggers, regista di The Witch e The Lighthouse ha mostrato nelle sale il suo Nosferatu, una pellicola che compie un’operazione di recupero filologico e artistico senza precedenti. Eggers ha riportato il conte Orlock nell’oscurità che gli appartiene e ha dato vita ad una versione più radicale e ancestrale della storia.
Nosferatu (2025): in cosa è diverso?
Eggers attinge direttamente all’espressionismo tedesco del capolavoro di Murnau del 1922, ma lo riveste di una carne nuova, palpitante e terribilmente reale, definendo un nuovo standard per il genere gotico contemporaneo.
Nosferatu evoca immagini di ombre allungate e dita artigliate, ma in questa versione il terrore si fa tangibile attraverso una cura maniacale per il dettaglio storico e atmosferico. Il regista rifiuta i facili jumpscare del cinema horror moderno per costruire una tensione costante, un senso di sfacelo imminente che avvolge lo spettatore fin dalla prima inquadratura.

Il film non si limita a raccontare una storia di possessione e morte, ma mette in scena una vera e propria estetica del macabro, dove ogni ombra sembra nascondere una minaccia millenaria.
L’interpretazione di Bill Skarsgård: un Conte Orlok indimenticabile
Il cuore pulsante, sebbene immobile, di questo Nosferatu è Bill Skarsgård. Dopo aver terrorizzato il mondo nei panni di Pennywise, l’attore svedese scompare letteralmente sotto il trucco e le protesi per dare vita a un Conte Orlok che è pura manifestazione del male.
Skarsgård non cerca di imitare Max Schreck o Klaus Kinski. La sua interpretazione è più ferina, quasi insettoide. Il suo Orlok è un predatore antico, una creatura che emana un senso di putrefazione e potere oscuro, capace di soggiogare la mente della protagonista Ellen Hutter, interpretata da una magnetica Lily-Rose Depp.

La dedizione di Skarsgård al ruolo è stata totale, portandolo a lavorare sulla voce e sui movimenti per rendere Orlok qualcosa di profondamente non-umano. Questo approccio trasforma ogni sua apparizione in un momento di puro cinema horror d’autore. Accanto a lui, un cast di altissimo livello che vede Nicholas Hoult e Willem Dafoe (che torna nel mito di Nosferatu dopo L’ombra del vampiro) completa un quadro attoriale perfetto, capace di reggere il peso di una narrazione densa, lenta e inesorabile come l’avanzare della peste.
La fotografia e l’estetica del macabro: un quadro di luce e ombra
Visivamente, Nosferatu è un’esperienza che toglie il fiato. Robert Eggers, insieme al direttore della fotografia Jarin Blaschke, ha scelto di utilizzare un’illuminazione che richiama i dipinti del romanticismo oscuro e le tecniche del cinema muto, pur mantenendo una nitidezza moderna. La scelta delle location, dai castelli della Transilvania ai borghi nebbiosi della Germania, contribuisce a creare un mondo che sembra sospeso nel tempo.

L’uso magistrale del chiaroscuro non serve solo a nascondere il mostro, ma a manifestare lo stato psicologico dei personaggi. La luce è rara, fioca, costantemente minacciata da un buio che sembra avere una propria consistenza fisica.
Una cura per l’immagine eleva il film al di sopra dei comuni prodotti di genere, rendendolo un’opera d’arte totale dove scenografia, costumi e fotografia lavorano in sinergia per trasportare lo spettatore in un incubo a occhi aperti dal quale è impossibile svegliarsi fino ai titoli di coda.
Riscrivere l’orrore e farlo amare
Il Nosferatu di Robert Eggers ci dimostra che è ancora possibile innovare partendo dalle origini. Il film è necessario perché restituisce al vampiro la sua natura di “Altro”, di entità estranea e terrificante che non può essere compresa o addomesticata.
Eggers ha saputo leggere il mito di Orlok non come un relitto del passato, ma come una paura universale che risiede nel profondo di ognuno di noi. La paura dell’invasione, della malattia e dell’oscurità che bussa alla porta di casa, tutto è terrore e porta lo spettatore a guardarsi dentro.
