In questo mese di aprile ci stiamo dedicando moltissimo ai film che stanno compiendo i loro primi trent’anni e che hanno riscritto generi e epoche. Oggi è il turno di Trainspotting un film che è riuscito a fare luce su un’intera generazione. Diretto da Danny Boyle e tratto dall’omonimo romanzo di Irvine Welsh, il film esplose nelle sale come una granata chimica, portando sul grande schermo la vita di un gruppo di tossicodipendenti di Edimburgo con un’energia, un ritmo e uno stile visivo senza precedenti. A trent’anni di distanza, la storia di Mark Renton e della sua “scelta di vita” non ha perso un grammo della sua forza d’urto, rimanendo uno dei pilastri fondamentali del cinema indipendente mondiale.
Perché celebrare Trainspotting?
Celebrare oggi Trainspotting significa riconoscergli l’importanza di essere stata l’opera che ha saputo fondere il realismo più crudo con sequenze oniriche e surreali. Il regista infatti non si è limitato a documentare il degrado, ma ha dato a quel degrado una colonna sonora martellante un’estetica pop che ha poi influenzato la moda, la grafica e il linguaggio televisivo dei decenni a venire.
La pellicola è diventata un cult, un’icona, perché non cercava di impartire lezioni morali, ma sbatteva in faccia allo spettatore l’euforia e la disperazione di una gioventù che si sentiva esclusa dal banchetto del progresso.

Ma qual è il motivo principale per cui Trainspotting considerato una pietra miliare nel cinema d’autore? In primis c’è la sua capacità di rivoluzionare la narrazione della tossico dipendenza. Prima di Danny Boyle, il cinema aveva trattato spesso l’eroina con un tono cupo e didascalico. Il protagonista del suo film invece, interpretato da un magistrale Ewan McGregor, introduce lo spettatore ad un mondo dove la droga e, inizialmente, una scelta di piacere estremo che sostituisce le noiose alternative della società borghese. Questa onestà brutale e ciò che arreso il monologo “Scegliete la vita” uno dei testi più citati e parodiati della storia del cinema.
Inoltre, il film è stato il trampolino di lancio per un’intera generazione di talenti. Oltre a McGregor, attori come Robert Carlyle (lo psicopatico Begbie), Jonny Lee Miller (Sick Boy) ed Ewen Bremner (Spud) hanno dato vita a personaggi talmente vividi da diventare archetipi. La regia di Boyle, con i suoi angoli di ripresa bizzarri, i colori saturi e il montaggio frenetico, ha dimostrato che anche un budget ridotto poteva produrre un’opera visivamente ambiziosa quanto un blockbuster hollywoodiano, cambiando per sempre le regole del cinema britannico.
L’impatto culturale e la forza della colonna sonora
Non si può parlare di Trainspotting senza menzionare la sua colonna sonora, probabilmente una delle più influenti di sempre. Brani come Lust for Life di Iggy Pop o Born Slippy (Nuxx) degli Underworld non sono semplici sottofondi, ma motori pulsanti della narrazione.
Il film ha saputo intercettare il movimento Britpop e la cultura rave, trasformando il nichilismo dei protagonisti in una forma di resistenza culturale. Quella musica è diventata l’inno di chi, nel 1996, si sentiva “l’ultima feccia della terra”, come recita uno dei dialoghi più celebri del film.

L’importanza storica di questo titolo risiede anche nel suo coraggio di mostrare l’ironia nell’orrore. Sequenze come “il peggior bagno della Scozia” o l’allucinazione del neonato sul soffitto sono entrate nell’immaginario collettivo perché capaci di generare un senso di disagio profondo unito ad una sorta di macabro fascino. Trainspotting ha insegnato ai registi successivi che si può trattare la tragedia con stile, ritmo e persino umorismo, senza per questo sminuirne la gravità.
Perché mostrare Trainspotting alle nuove generazioni?
Trainspotting rimane un’opera incredibilmente attuale. Anche se ora ci sono nuove forme di dipendenza, e la pressione sociale al successo è mutata, dall’adolescente all’adulto tutti si sentono asfissiati e totalmente sopraffatti.
Il rifiuto di Renton di conformarsi ad un sistema precostituito risuona oggi con forza nelle nuove generazioni, tanto che il sequel uscito nel 2017 è riuscito ad aggiungere un ulteriore strato di malinconia sulla fine della giovinezza. Perché alla fine, i giovani sono giovani sempre, anche se passano gli anni e cambiano le generazioni. Questo film detiene dunque il primato nella sua potenza espressiva pura ed è utile a chi sta vivendo il trauma del passaggio verso un’età adulta che spesso non è quella che desidera ma quella che gli impone la società.
